Le vostre testimonianze

​​​​​Il 6 maggio 1976 io non ero nata. Sarei arrivata in questo mondo circa un mese e mezzo dopo. Ma in Friuli c’era la sorella di mia nonna con suo marito e due bimbe piccole.
I miei sono ricordi di quanto ho sentito raccontare tante volte da mio nonno, Alpino della Julia, reduce della II Guerra Mondiale.
Lui viveva già a Torino all’epoca, qui c’erano tanti friulani, istriani e dalmati, ognuno con una storia. Chi è scappato dalla persecuzione, chi - più semplicemente - alla ricerca di un lavoro in Fiat.
Raccontava nonno Nicola che il venerdì, dopo il turno in fabbrica, si saliva in macchina, in 4 o 5, e si partiva in direzione Friuli. Si cantava, rideva, beveva, mangiava, e le tante ore di viaggio fino a tarda notte volavano.
Ma, una volta sul posto, bando alle ciance. Si arrotolavano le maniche della tuta da lavoro, si faceva quello di cui c’era bisogno. Si spostavano macerie a mani nude e si passavano di mano in mano, fino a quella carriola che le avrebbe depositate su quel cumulo che aumentava a vista d’occhio.
Precedenza ai lavori nelle fabbriche, perché se non ripartiva il lavoro non ci sarebbero stati soldi per ricostruire anche le abitazioni private. Tutti, operai, padroni, volontari, parenti, amici, tutti insieme con un solo obiettivo.
40 anni dopo, quando torno in Friuli passo a vedere la casa dei miei prozii, ancora lì, sopravvissuta a un terremoto disastroso. E penso sempre che tanti di quei mattoni li ha messi mio nonno. Lui, il mio primo Alpino, quello che custodiva gelosamente il suo cappello dalla lunga penna nera e quel proiettile estratto dalla sua coscia destra. L’uomo che mi ha insegnato i veri valori e la felicità che si può trovare in una semplice passeggiata in montagna.​



Arrivammo a Trasaghis all’alba del 7 maggio 1976, con 3 ACM circa cinquanta artiglieri del 132° e del 108° Gruppi Artiglieria di Casarza. Trasaghis ci apparve rasa al suolo, macerie e massi precipitati dalla montagna, che sovrasta il paese, nascondevano gran parte delle vie. In un chiarore ancora incerto ci vennero incontro alcuni abitanti. Avevano trascorso tutta la notte al buio e al freddo, ascoltando i lamenti delle persone ferite e intrappolate. Ci dividemmo in squadre puntando, guidati dai superstiti, verso le case dove si pensava potessero essere persone sepolte ancora in vita. Una squadra si avvicinò ad un cumulo di sassi, probabilmente una villetta a 2 piani con muratura in pietra, sormontato da un tetto di tegole quasi intatto: si sentiva chiaro e costante il pianto di un neonato. Un caporale sardo del 108°, credo, si mise all’opera. Sasso dopo sasso, “costruì” un tunnel che puntava verso la posizione stimata del piccolo. Non venne mai fuori, durante le scosse, che si susseguirono nella mattinata, tratteneva le pietre con il suo corpo per evitare che precipitassero verso il piccolo, che si trovava in un piccolo spazio tra la madre e la nonna morte. Solo verso le 9 riuscì a porgere al bimbo un biberon di latte. In quel momento dall’improvviso silenzio i presenti si resero conto che il piccolo non aveva mai smesso di piangere. Ancora 2 ore di scavo e verso le 11 il bimbo fu raggiunto, ma nel momento in cui il caporale stava per afferrarlo, sentì, o temette, di non avere più un grammo di forza nelle braccia e venne fuori, sostituito immediatamente da un vigile del fuoco, che dopo pochi attimi, riapparve con il piccolo tra le braccia. Non ci furono applausi o altre manifestazioni di gioia, la reazione di tutti i presenti, tra cui il colonnello Filippi, Comandante del 132°, fu solo un irrefrenabile pianto. Nella immagine di una tragedia mi piace ricordare la forza e la voglia istintiva di vivere di un bambino, troppo piccolo per rendersi conto della situazione, ma capace di farsi sentire per oltre 12 ore al buio ed al freddo reclamando le sue poppate.
Luigi Pezzati (S.Ten. di complemento in servizio al 132° Gruppo Artiglieria “Rovereto”)

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VOGLIA DI RICORDARE TERREMOTO
6 MAGGIO 1976, le 21 circa eravamo in caserma a Casarsa della Delizia, poco distante da Pordenone, non ricordo il nome della caserma, era molto grossa, circa 6000 militari; si giocava a carte, ero appena ritornato dall'ordinaria permesso dei 10 gg che ti spettano per diritto, avevo detto a mia madre vai dai carabinieri e fai un GMF (gravi motivi familiari) che sto a casa un po’; lei statale:” non si può, Io sono statale e non posso dire bugie”. Partii e verso le 2,00 del 6/5 arrivai, alla sera, stanco come una bestia, non avevo voglia di uscire, sto insieme agli amici e poi a letto, pensavo.
Il boato che si senti: un rumore sordo e continuo, ma passavano tanti aerei, non demmo peso, poi ancora rumore e rumore, la luce va via, qualcuno ha gridato, in dialetto Mantovano (era un ragazzo della provincia di Mantova, una “spina”):”Al teremot !!”.
Via tutti verso l'uscita, eravamo vicino alla finestra, ma la porta non si trovava, era di circa 2 metri di larghezza, ora c'era e subito dopo non c'era, toccavi, non vedevi; superata la porta nell'andito per andare alle scale, grido di avvertimento:” e se crollano”, frega niente, la paura fa 90 giù tutti, dal secondo piano, finalmente nel cortile e meglio ancora nel campo sportivo. Solo le luci delle altane ci illuminavano, era proprio di turno la nostra squadra, poveri ragazzi che squassata su quei tre pilastri la in alto, ma nessun danno. Il minuto più lungo della mia vita.
Stiamo li, i ragazzi sulle altane ci fanno i segnali morse o volevano dire: ”veniteci a prendere”, ho visto il capo-posto che con la camionetta ha fatto il giro; paura, domande, gli ufficiali non sapevano, tempo mezzora poi l'ordine di andare di sopra prendere il materasso e coperte che dormire nel campo; cosi abbiamo fatto, andiamo di sopra, un pò di fifa, porta giù veloce e sotto le coperte.
Arriva, come un pazzo il comandante la caserma, un Colonnello urla come un dannato: ”Via ragazzi, dobbiamo partire subito, ci sono tanti morti, ci sono tanti danni, dobbiamo intervenire subito”. Via di sopra, tuta, scarponi, borraccia e niente altro, 20 minuti i camion già in moto, salire e si parte, ma dove ci portano? Andiamo a Maniago (caserma della divisione Ariete, in montagna) faceva il militare Iemmi, benzinaio per andare a Poviglio. La caserma di Maniago aveva qualcosa di calcinacci, ma poca roba, non si può scendere dai camion, allora cosa fai? dormi. Il comandante del nostro gruppo tenente colonnello Filippi detto Filips, guarda la sfiga, viene al camion e: ”Mosconi cosa fai dormi”, rimandano indietro 8 camion e ne rimangono 2, anche il mio. Partenza, destinazione ignota e si va, si va, si arriva alla famosa discoteca che aveva avuto molti morti, le luci dell'esercito che illuminavano i militari che scavavano, alcuni fuochi accesi non so se di proposito o sviluppati, nel camion silenzio, passiamo andiamo avanti, avanti ancora, i primi segni, i campanili che segnavano l'ora delle nove tutti in piedi, ma guarda questi preti, ancora rovine, gente per strada, mezzi dell'esercito in continuazione di qua e di la; arriviamo a Osoppo, cittadina famosa per la fabbricazione delle sedie, ancora un pò a Trasaghis, l'epicentro del terremoto, un paesino sotto una montagna dalla quale sono caduti tre grossi massi che hanno centrato tre case, solo tre, nessun morto, alla sua destra si vede Gemona sei ancora in pianura, c'è il Tagliamento, continua ancora la corsa e arriviamo a Baulins, era più in alto, scendiamo, finalmente, erano le nove di mattina, 12 ore dopo, il sindaco e il prete ci indicano le probabili case, se le volevi chiamare, un insieme di calcinacci di gente che non rispondeva, si erano ritrovati e questi mancavano. Ci mettiamo scavare, a mani nude quel badiletto che hai a disposizione non serve, un pò di qua un pò di la, ero insieme un gruppo con un sotto tenente, ma si faceva poco, più in la il Tenente capo della pattuglia, uno di firma, figlio di un generale, dirigeva le operazioni su una casa che si era afflosciata, ma non era distrutta, sembrava che ci fossero ancora dei vivi, si sentivano delle voci; dal tetto, ancora intatto hanno fatto un buco, poi un altro buco e giù fino alle voci, il complesso di macerie sarà stato alto 2, 2,5 metri max, noi trovavamo tante galline e qualche gatto e cane morti, dovevi chiamare i vigili del fuoco che non potevamo toccare i corpi. La sete era tanta, non si poteva prendere dalla fontana che non si sa mai fosse inquinata, in farmacia le bottigliette per i bambini. Finalmente raggiungono le voci grazie ad un nostro ragazzo che a testa in giù riesce ad arrivare, anche grazie all'indicazione del tenente, quel ragazzo avrà un riconoscimento portò su 5/6 persone tutte vive. Arrivano altri soldati, arrivano gli scavatori, i rinforzi insomma, avevo trovato Dallasta di Poviglio era negli alpini, credo, erano già in giro da tanto tempo, quasi subito dopo le 21, Dallasta è rimasto segnato da questa esperienza ed è anche per questo che non è bello ricordare. Erano le dodici o le tredici, non ricordo, pensavamo ci porteranno da mangiare e bere, abbiamo saputo poi che il ns. camion dei viveri si era fermato, non so dove e aveva scaricato alla popolazione il ns. rancio, bel gesto, ma nessuna onore da parte nostra. Verso le sedici o altro ci rimettiamo in marcia per tornare in caserma, arriva il battaglione San Marco, belli, grossi, tatuati, con le maniche fatte su, noi torniamo, stanchi, affamati, assetati e convinti di avere fatto qualcosina.
Militari dappertutto, mezzi, camion, camionette e altro.
Torniamo in caserma ai ragazzi dei due camion del primo intervento viene concessa una pausa di intervento, faccio la doccia, mangio e vado e a letto sopra, non si potrebbe, non me ne frega niente sto li nella mia branda, tirano altre scosse, voglio dormire.
SECONDA PARTE TERREMOTO: IL CAMPO.
Nel periodo di pausa, una settimana circa, si cerca di telefonare a casa, ci sono 10 telefoni a gettone nello spaccio, ma sono presi a dismisura, la fila sempre lunga, finalmente riesco a telefonare a casa:” com at stè?” come vuoi che stia, :”bene, bene”; la mamma aveva saputo solo il 7 a scuola che c'era stato un grosso terremoto in Friuli, ha provato a telefonare in caserma, non rispondono, poi hanno rinforzato i centralini e rispondono di stare tranquilli che non era successo niente e che non potevano parlare con i soldati, erano impegnati tutti; sapevo che la mamma e tutta la famiglia era preoccupata, guardare la televisione era brutto. Sinceramente, in questa settimana mi è andata alla grande: una notte ritornano i compagni bagnati fino al collo, distrutti; avevano dovuto spostare il campo profughi di Trasaghis, il Tagliamento si era ingrossato forte e il campo era stato costruito proprio sulle sue rive. La nostra squadra ha smontato, spostato e rimontato il campo, tutto in una notte, veramente bravi. Noi che eravamo in pausa operazione bagni, scavare buche a mano per farci poi un gabbiotto per i bisogni, in verità non c'era da morire, si andava, si tornava, si mangiava; la popolazione era messa male. A tal fine operazione assistenza totale: mettere in tiro il campo, luce, telefono, acqua, assistenza sanitaria, gestione degli abiti, dei viveri, contatti vari e soprattutto dare da mangiare. Riunione chi di voi sa scrivere a macchina? Io, io, io, bene da domani in cucina nel campo. Il comandante la cucina era un sergente maggiore di firma, per essere sicuro di fare una bella figura aveva preso l'enciclopedia della moglie di cucina. Arriviamo, montiamo le cucine, la tettoia era già montata, i tavoli per la mescita, i coltelli ed attrezzatura varia.
Erano le otto del 9 o del dieci, bisogna dare da mangiare alla gente del campo di Trasaghis, circa trecento persone tra cui bambini e vecchi. Il sergente maggiore mi chiede se mi intendo di mangiare, va bhè, partiamo in tre per il grosso magazzino viveri di Osoppo: una struttura mega dove trovavi tutto: mangiare, brande, tende, coperte, medicinali e tutte dell'esercito. Acquistiamo: pasta, latte, pane, carne, acqua e frutta. Inizia l'avventura, dovevo preparare il ragù e la carne per il secondo, quasi sempre un misto di carne, patate, carote, un pò di aromi; il sergente mi ordinava e Io preparavo; in questo, forse c'era una punta di razzismo, il mangiare del Sud, forse non era gradito, ero l'unico del Nord, credo fosse un ordine superiore; insomma mangiare del Nord un pò grasso, ma genuino e buono.
Fatto, a mezzogiorno, tutto pronto: i ragazzi avevano buttato dentro un sacco o due di pasta, la carne e la verdura era cotta, via tira su la pasta: una macchina con il verricello che intanto che saliva, scolava l'acqua, prima di distribuire a me veniva richiesto il grado di cottura; la distribuzione la facevano i locali che ben sapevano le esigenze dei singoli, chi aveva dei bambini chi ne voleva di più la gestione era loro.
L'unico problema era il dormire nelle tendine con il materassino che regolarmente si sgonfiava e c'erano insetti e erba. Idea: le crocerossine, tutte belle ragazze due o tre dormivano nella tenda viveri nelle brande belle da sole, la tenda era enorme con diversi letti vuoti. Una mattina abbiamo riferito al Tenente (quello di firma figlio del generale) che erano spariti dei liquori e della cioccolata dai viveri in base all'inventario da noi preparato; non si può rubare ad un popolo cosi già compromesso, decisione da oggi voi dormirete nella tenda viveri per farci la guardia ….Chi sia stato a fare sparire i liquori e la cioccolata non si è mai saputo; da quella notte si dorme nel letto con le coperte.
Le crocerossine dormivano nella tenda dei vestiti gestita da un ns. militare di nome e cognome tedesco che ha dovuto fare il servizio militare in Italia, biondo, parlava Tedesco e Italiano, bravo, piegava tutto preciso da tedesco e gli piaceva. Avevamo la tenda del Pronto soccorso e quella Comando con il Telefono. Proprio il telefono fu la rovina del tenente: una notte di forte temporale, un fulmine entro nella linea e Lui rimase offeso e su una sedia a rotelle, CREDO, a vita.
L'amicizia con le persone del campo ci permise di poter utilizzare le loro automobili e di girare per le zone terremotate, nei momenti di relax. In Agosto, una volta, finalmente congedato, invitammo i ragazzi di Trasaghis a Boretto per la festa de l'Unità che si teneva sempre per ferragosto, la cosa era stata preparata con un viaggio in macchina alla fine di Luglio circa. L'Unità diede molto rilievo alla cosa e mi ha fatto molto piacere. Devo dire che è vero che la popolazione Friulana si è data da fare molto per ricostruire, erano tutte zone di forte emigrazione prima, dopo, sono cresciute e bene. Ma alcune scritte su alcuni muri mi hanno lasciato sgomento: ”Via i soldati dal Friuli”. Come ! Ci siamo fatti un c..o cosi, siamo intervenuti in tempo reale, avevamo predisposto tutto con i ns. mezzi; queste parole scritte sui muri mi sono rimaste in mente!!!
Mosconi Roberto 132° reggimento artiglieria corazzata Ariete.
Artigliere semplice, puntatore di sinistra.​