​​ 

<< Il 1916 | Il 1917 | ​Il 1918 >>

​​L’inverno tra il 1916 e il 1917 e l'inizio della primavera successiva furono caratterizzati da una stasi delle operazioni belliche in grande stile. Con l’arrivo della bella stagione le forze dell'Intesa ripresero l’iniziativa. Nel maggio 1917, mentre era ancora in corso, nello scacchiere occidentale, fra Soissons e Craonne, la grande offensiva di primavera, il Comando Supremo italiano decise di appoggiarla indirettamente, attaccando lungo tutto il fronte isontino. L’azione si sviluppò dal 12 al 28 maggio, dando vita alla 10a battaglia combattuta sull’Isonzo.


I due Corpi della 2a Armata attaccarono il Kuk, il Vodice e il Monte Santo. La lotta si protrasse sino al giorno 22 e si concluse con l’occupazione dei primi due monti e delle pendici del terzo. Attratte in tale direzione le riserve austriache, la 3a Armata iniziò, il giorno 23, un violento attacco da Castagnevizza al mare. Riuscì a portarsi fin oltre la linea di Flondar, ma il giorno 28 l’azione si esaurì.


Successivamente, dal 10 al 29 giugno, l’Esercito Italiano condusse una operazione di attacco nel settore degli Altipiani, la battaglia dell’Ortigara, conclusa senza alcun risultato positivo e con il passivo di gravissime perdite. Questa battaglia mirava a migliorare la situazione sul fronte trentino, in vista del già previsto successivo sbalzo in profondità sulla Bainsizza perché, come scrisse lo stesso Cadorna, “quanto più con la nostra avanzata ci andavamo allontanando dalla pianura vicentina oltre l’Isonzo, tanto più aumentava il pericolo derivante dal saliente trentino”.


Molti critici hanno fatto carico al generale Cadorna di questa e di altre offensive, altrettanto povere di risultati. Ma queste battaglie rientravano in quella visione strategica, concordata con gli Alleati, che postulava il logoramento dell’avversario, un logoramento che solo operazioni offensive erano in grado di conseguire.

Subito dopo, allo scopo di migliorare l’andamento delle posizioni sulla sinistra dell’Isonzo, fu decisa dal Comando Supremo italiano una azione offensiva (11a battaglia dell'Isonzo) che avrebbe dovuto conseguire l’occupazione dell’Altipiano della Bainsizza fino al Vallone di Chiapovano e la conquista dell'Altipiano di Comen, oltre l’Hermada. L’offensiva, simultanea nei due settori, durò complessivamente dal 17 al 31 agosto e conseguì qualche risultato.


La 2a Armata varcò l’Isonzo ed attraverso estenuanti e sanguinosissimi attacchi, protrattisi per dieci giorni, riuscì a penetrare nell’Altipiano della Bainsizza per una profondità di circa 8 km senza, tuttavia, raggiungere il risultato di scacciarvi del tutto l’avversario.


La 3ª Armata ottenne, invece, solo modesti successi, spostando di poco il fronte in avanti nei pressi dell’Hermada. Fu questa, l’ultima battaglia offensiva dell’Esercito Italiano sul fronte isontino.


Le perdite italiane erano state veramente spaventose: 40.000 morti, 108.000 feriti e 18.500 dispersi. L’Esercito Italiano si andava così sempre più logorando e nei reparti combattenti si affievoliva la speranza di poter alla fine aver ragione della barriera di roccia e di ferro che gli stava di fronte.

Anche l’Austria-Ungheria cominciava però ad accusare seriamente il peso dei colpi che si erano abbattuti su di essa. Si sentiva ridotta a mal partito ed aveva la certezza che non avrebbe potuto ulteriormente sostenere, nelle sue condizioni di logoramento generale, altre offensive di analoga potenza ed intensità.


Il 25 agosto 1917, quando l’11ª battaglia sull’Isonzo era ancora in pieno svolgimento, il Comando austriaco decise di far appello alla Germania incaricando il generale Waldstätten di presentare ufficialmente la richiesta al Comando tedesco. Grave umiliazione per il giovane imperatore Carlo, ma egli era ben consapevole che il suo esercito non avrebbe retto ad un altro colpo d’ariete! Maturò, così, il concorso delle forze germaniche a sostegno di quelle austriache sul fronte giulio. La inattività sullo scacchiere francese, dopo il falli-mento dell’offensiva Nivelle e gli ammutinamenti che ne seguirono, ed il crollo pressoché totale dell’esercito russo, diedero luogo ad una disponibilità, sia pure temporanea, di riserve tedesche da impiegare a favore dell’Austria, nell'intento di far massa contro l'Italia e ridurla alla resa.

Sette divisioni tedesche furono fatte affluire in Italia e costituirono, con 8 divisioni austriache, la 14a Armata, al comando del brillante generale tedesco Otto von Below. Paradossalmente, proprio le offensive italiane provocarono lo scatenarsi di un colpo tanto violento!

Il generale Cadorna, informato, peraltro con poca precisione, dei preparativi austro-tedeschi rinuciò all’intenzione di effettuare alcune operazioni offensive per migliorare l’andamento del fronte e, il 18 settembre, ordinò alle Armate 2a e 3a di assumere atteggiamento difensivo. Mentre il duca d’Aosta, comandante della 3a Armata, si attenne alle disposizioni, il generale Capello, comandante della 2a, credette più opportuno far mantenere alle proprie truppe uno schieramento offensivo, convinto di poter così più facilmente passare alla controffensiva.

Cadorna, piuttosto scettico del resto sull'entità dello sforzo austriaco, non si curò di controllare che quella ed altre sue direttive fossero attuate e, di conseguenza, la 2a Armata fu sorpresa dall’offensiva nemica con uno schieramento del tutto inadatto.


L’attacco austro-tedesco iniziò il 24 ottobre, alle 2 di notte, con una violenta preparazione di artiglieria. All’alba, la 12a divisione germanica, sboccata da Tolmino, sfondò la linea italiana e, percorrendo la valle dell’Isonzo, a tergo della difesa avanzata, raggiungeva Caporetto alle ore 15.

Al seguito di questa divisione, il corpo alpino tedesco nella giornata conquistò tutta la regione orientale del Kolovrat, caposaldo della difesa di seconda linea italiana. Il movimento delle prime due unità germaniche fu immediatamente seguito da altre 5 divisioni. Alla sera del 24 ottobre era stata già aggirata la destra della la e 2a linea di difesa, da Tolmino a Kolovrat, e superato il centro della 3a linea a Caporetto. L'indomani gli Austro-Tedeschi diedero ampio respiro alla loro manovra oltrepassando l'Isonzo a Saga e spingendosi verso Monte Maggiore. A nord, la 10a Armata austriaca mosse verso il Tagliamento; al centro, le truppe al seguito della 12a divisione tedesca da ​Caporetto raggiunsero la cresta laterale del Matajùr; l’ala sinistra del dispositivo di attacco nemico puntò dal Kolovrat sulle strade di Cormons e di Cividale.


Superate, nella giornata del 26, quasi tutte le posizioni difensive montane, la 14a Armata, sboccata in pianura, puntò su Cividale, mentre la 10a, a nord, raggiunse la valle del Fella. Il Gruppo Armate Boroevic iniziò anch’esso l'offensiva sul Carso. Alle ore 2 del 27 ottobre il Comando Supremo italia-no ordinò il ripiegamento generale. Era stata scelta, quale prima linea di resistenza, quella del Tagliamento; ma poi si constatò la necessità di ritirarsi sino al Piave. Su questa linea si portarono, seguendo l’alta valle del Piave, la 4a Armata e il Corpo della Carnia. Forti e salde retroguardie e le divisioni di cavalleria diedero protezione al movimento dei resti della 2a Armata e dell'intera 3a Armata che correvano il grave pericolo di essere prevenuti ed aggirati dal nemico, incalzante sul Tagliamento. Su questa linea fu imbastita una prima difesa, che resse l’urto dal 31 ottobre al 4 novembre, e una seconda resistenza fu opposta sulla linea della Livenza, tenuta sino al giorno 8 novembre. Nella giornata del 9, tutte le truppe superstiti avevano raggiunto la sponda destra del Piave, dove una parte dell’Esercito Italiano si era schierata per far fronte all’invasore. Il Comando austriaco decise di proseguire ulteriormente l’offensiva, sino alla totale distruzione dell’Esercito Italiano.

La battaglia d’arresto si sviluppò in due fasi: dal 10 al 26 novembre e dal 4 al 30 dicembre. Nella prima di Austro-Ungarici attaccarono lungo il Piave e il 12 novembre riuscirono a penetrare nell'ansa di Zenson, ma non poterono avanzare oltre. Il 16 novembre passarono il fiume anche a Fagaré, ma, contrattaccati, ritornarono indietro. Nel basso Piave riuscirono a far arretrare la linea difensiva a sud di Musile, lungo la Piave Vecchia, il Sile, a Cavazuccherina e Cortellazzo. Nonostante questo successo locale, l’offensiva lungo il Piave fallì e non fu più rinnovata. Durissima fu la battaglia Sull’Altipiano dei Sette Comuni e sul Grappa, dal 12 novembre in poi. Sull'Altipiano un estremo tentativo di sfondare, effettuato il 22 novembre alla presenza dell’imperatore Carlo, fu nettamente respinto. Sul Grappa divisioni austro-ungariche e tedesche della 14a armata reiterarono per più giorni violenti attacchi: esse riuscirono soltanto ad impadronirsi, dopo strenua lotta, di alcune posizioni avanzate e il 26 novembre il Comando Supremo austro-ungarico ordinò la sospensione dell’offensiva.


Frattanto erano state riordinate alcune divisioni e fu possibile al Comando Supremo italiano di procedere alla sostituzione di molte delle truppe che erano state in linea nelle tragiche giornate della disperata difesa. Tra il 4 e il 5 dicembre poi alcune divisioni francesi e inglesi entrarono finalmente in linea fra il M. Tomba e il Montello, in un settore contro il quale gli Austro-Ungarici però non effettuarono più attacchi. Il 14 dicembre 1’11a Armata austro-ungarica dette inizio alla seconda fase attaccando, con 43 battaglioni e 500 cannoni, le Melette, difese dalla 29a divisione italiana con 21 battaglioni e 160 cannoni, e riuscì ad impadronirsene, costringendo la difesa a inflettere la linea su Col d'Echele, Col del Rosso, Monte Valbella. L’11 dicembre la l4a Armata austro-tedesca riprese l’offensiva sul Grappa: se con durissima lotta essa riuscì a porre piede su Col della Berretta, Col Caprile, Monte Asolone, Monte Spinoncia, non poté però sfruttare questi limitati successi e l’ultimo attacco, sferrato il 19 dicembre, si infranse contro le difese italiane, rese insuperabili dal valore dei combattenti. Un ultimo sussulto offensivo si ebbe sull’Altipiano, dove si svolse la “battaglia di Natale”. Il 25 dicembre il III Corpo austro-ungarico attaccò con 33 battaglioni e 560 cannoni il XXII italiano, che disponeva di 24 battaglioni e 200 cannoni. Riuscì ad impadronirsi di M. Valbella e di Col d’Echele, ma la difesa si consolidò sulla retrostante linea Cima Echar-Monte Melago-Pizzo Razea.


La dura battaglia si concluse col confessato disappunto degli Austro-Tedeschi e con i loro primi insuccessi: già il 30 dicembre la 47a divisione francese riconquistò la dorsale fra M. Tomba e il Monfenera ed il 31 le truppe austro-ungariche che erano nell’ansa di Zenson dovettero ripassare il Piave in fretta e furia, sotto l’incalzare dei fanti italiani. La battaglia di Caporetto costituì indubbiamente per l’Esercito Italiano un doloroso insuccesso, che si ripercosse, immediatamente ed in un modo assai grave, sull’intera Nazione. La perdita subitanea del Friuli, della Carnia, del Cadore - terre italianissime e densamente abitate -, di 300.000 uomini, di 3.000 pezzi di artiglieria e di tutti i magazzini di materiale bellico dislocati tra Isonzo e Piave, fu un colpo gravissimo. Due punti, però, debbono essere ben chiari:

  • solo l'andamento geografico della linea di confine tramutò un insuccesso di ordine tattico in una sconfitta di carattere strategico;

  • Caporetto rappresentò per l’Esercito Italiano un episodio sfortunato, al quale, da solo rapidamente seppe porre rimedio.

La ritirata al Piave, infatti, voluta e condotta con freddezza e lucidità dal generale Cadorna (fu sostituito dal generale Diaz il 9 novembre, giorno nel quale la ritirata si concluse), fu un fatto esclusivamente italiano, come fu un fatto esclusivamente italiano la successiva vittoriosa battaglia d’arresto. Conclusa la battaglia d’arresto, mentre il Paese intero sosteneva, con un grande sforzo produttivo, il Comando Supremo nell’opera di totale riorganizzazione dello strumento militare, l’Esercito Italiano non rimase inattivo. Poiché la linea di resistenza all’estremità orientale dell’Altipiano dei Sette Comuni dopo la battaglia di Natale era in una situazione precaria, fu organizzata una azione offensiva dal 28 al 30 gennaio, vittoriosamente conclusa con la riconquista della linea M. Valbella - Col del Rosso - Pizzo Razea. Analoga rettifica della linea di contatto fu compiuta nel maggio, nel gruppo dell’Adamello, dove furono conquistate Cima Presena, Cima Zigolon e quasi tutta la cresta dei Monticelli. Con questa “battaglia dei tre monti” ebbe veramente inizio la ripresa italiana. Caporetto era stato soltanto un episodio. Nel marzo, infatti, iniziatasi in Francia la grande offensiva tedesca, 4 divisioni francesi su 6 e 2 britanniche su 5 poterono venir ritirate dal fronte italiano senza provocare alcun problema; anzi, al fine di dimostrare la fratellanza d’armi raggiunta tra gli Alleati, un Corpo d’Armata italiano venne inviato in Francia.​​