​​ 

​Le grandi operazioni italiane del 1916 furono sei: la 5a battaglia dell’Isonzo, combattuta per venire in aiuto dei Francesi impegnati a Verdun; l’offensiva austriaca nel Trentino e la conseguente controffen-siva; le battaglie dell'Isonzo 6a, 7a, 8a e 9a. Di esse rivestono grande importanza: la battaglia del Trentino e la 6a battaglia dell’Isonzo, che portò alla conquista di Gorizia.


Il 1915 era stato per gli Imperi Centrali particolarmente favorevole su tutti i fronti.


Ai primi del 1916 i capi militari austro-tedeschi giudicarono la situazione ancora propizia per loro, tanto da ritenere di poter infliggere un colpo decisivo sia alla Francia sia all’Italia.

Si accordarono perciò affinché l’esercito tedesco puntasse su Verdun e quello austriaco su Vicenza.

La decisione di attaccare attraverso gli Altipiani, per scendere nella pianura vicentina e cogliere alle spalle le Armate italiane schierate sul fronte della Venezia Giulia, realizzava un antico progetto del capo di Stato Maggiore austriaco, Maresciallo Conrad.

Per poterlo eseguire con maggiori possibilità di successo furono richiamate dal fronte orientale le migliori unità austriache, circostanza della quale approfittò poi la Russia per attaccare gli Austro-Tedeschi ed infliggere loro una pesante sconfitta.


Nonostante molti segni premonitori, il generale Cadorna non volle credere ad un’offensiva austriaca nel Trentino sia per la difficoltà di far manovrare e di rifornire molte truppe su quel terreno sia perché riteneva le due linee ferroviarie del Brennero e della Pusteria insufficienti a riportare tempestivamente le forze austriache del Trentino alla fronte orientale, qualora i Russi avessero attaccato.

Nonostante la sua incredulità Cardona prese le dovute precauzioni: rinforzò la Ia Armata ed emanò direttive perché venisse attuata una difesa ad oltranza sulla linea di resistenza principale, linea che avrebbe dovuto essere scelta su posizioni non a contatto del nemico e forti per natura.

Soltanto nell’imminenza dell’attacco austriaco egli si decise però ad ispezionare di persona il settore minacciato.

Quando si avvide che l’Armata non aveva attuato lo schieramento in profondità, ne sostituì il comandante, generale Roberto Brusati, con il generale Pecori-Giraldi.

Ma ormai era tardi per modificare lo schieramento.


Sette giorni dopo, il 15 maggio, dopo una violenta preparazione di artiglieria iniziata il giorno 14, duecento battaglioni austro-ungarici, appoggiati da oltre 1.500 pezzi di artiglieria, si avventarono sulle posizioni avanzate italiane poste tra l’Adige e il Brenta.


La sinistra italiana (Val Lagarina e Val Terragnolo) dové a mano a mano retrocedere fino al Pasubio-Coni Zugna, dove il 20 ogni avanzata austriaca era arrestata definitivamente, dopo continui e violenti ma inutili attacchi al Passo Buole ed al Pasubio; così pure fu perduto l’Altipiano di Tonezza, e il nemico arrestato fra la Borcola e il Novegno. Analogamente avvenne alla destra, in Val Sugana, che, più lentamente, ripiegò fino alla Caldiera-Monte Cima-Cima d’Asta. Il 20, infine, gli Austriaci attaccarono il centro, fra l’Astico e il Brenta, in direzione del Monte Verena e Cima di Campolongo; superate le prime resistenze e quelle sulla linea Portule-Mosciagh, gli Austriaci giunsero sino quasi al margine dell’Altipiano di Asiago.

Ma la salda resistenza alle ali, incuneando l’attacco austriaco, ne diminuì l'impeto.

Intanto il Comando italiano, mentre inviava numerose forze (circa 90 battaglioni) per rinsaldare la difesa frontale e per effettuare contrattacchi sulle ali del saliente, preparava con abile concezione una potente massa di manovra (5a Armata, su 5 Corpi d’Armata e 1 divisione di cavalleria) in piano, con cui eventualmente affrontare il nemico, se fosse sboccato. Questo non avvenne.


Dopo nuovi e violenti attacchi l’offensiva nemica si esaurì contro le posizioni più arretrate di Coni Zugna, Pasubio, Novegno, Cengio, Maso e, il 3 giugno, a 18 giorni appena dall’inizio della battaglia che avrebbe dovuto segnare la fine dell’Esercito Italiano, Cadorna poteva annunciare che l’offensiva era stata arrestata su tutto il fronte.

Le truppe italiane passarono quindi alla controffensiva - 14 giugno - e in meno di un mese gli Austriaci furono di nuovo ricacciati ben dentro la zona montuosa tridentina, dopo aver abbandonato importanti centri come Arsiero ed Asiago.


Il grande pericolo della “calata” austriaca nella vali del Po era così scongiurato.


L’offensiva austriaca provocò la caduta del Governi Salandra, battuto in Parlamento dai neutralisti che avevano rialzato il capo, approfittando della delusione popolare per la guerra lunga e difficile.


Il prestigio del generale Cadorna non fu invece scosso, anzi ben presto aumentò: subito dopo la strenua difesa degli Altipiani iniziò, infatti, la 6a battaglia dell’Isonzo (4-17 agosto): la vittoriosa battaglia di Gorizia.


Il concetto d’azione prevedeva due attacchi principali ai due lati del campo trincerato di Gorizia e cioè sulle alture dal Sabotino al Podgora e dalla Cima del San Michele a Doberdò.

Un’azione diversiva fu sferrata, con adeguato anticipo, nel settore di Monfalcone. La battaglia costò perdite assai gravi, ma il sacrificio italiano venne, questa volta, compensato dalla conquista di posizioni ritenute inespugnabili: il Calvario, il M. San Michele, il Sabotino ed il 9 agosto le truppe italiane entrarono in Gorizia, cogliendo un successo che elevò lo spirito ed il morale dell'Esercito e della Nazione.


Anche all’estero il successo della 6a battaglia dell’Isonzo destò grande impressione, tanto che la Romania, da tempo incerta tra neutralità e belligeranza, si decise finalmente ad entrare in guerra a fianco delle Potenze dell’Intesa.


Seguirono, nel breve giro di due mesi, dal 14 settembre al 4 novembre, tre consecutive battaglie che ebbero lo scopo di logorare sempre di più l’esercito austro-ungarico e che tendevano alla conquista di posizioni idonee ad aggirare da sud le alture orientali di Gorizia e da nord l’Hermada.


Dal 14 al 16 settembre furono espugnate dagli Italiani le alture di San Grado; dal 10 al 13 ottobre essi raggiunsero le falde occidentali del Pecinka; dal 1° al 4 novembre pervennero alla conquista totale del Pecinka e del Faiti.


Sui monti, due offensive sul Pasubio, nel settembre e nell’ottobre fruttarono agli Italiani la conquista dell’Alpe di Cosmagnon, mentre sulle Alpi di Fassa, con ardite scalate e brillanti azioni di sorpresa, essi conquistarono posizioni ritenute imprendibili come il Cauriol, il Cardinal, il Colbricon e la Busa Alta. Terminava così il 1916 senza che si fosse giunti per gli Italiani a risultati decisivi, nonostante i sempre maggiori sforzi dell’Esercito e del Paese, duramente coinvolto in una guerra sempre più divoratrice di uomini e di ricchezze. Tali risultati erano rimandati al 1917 anno nel quale, secondo quanto convenuto nella 4a Conferenza di Chantilly del novembre 1916, si sarebbero dovute sviluppare violente offensive contemporanee su tutti i fronti dell’Intesa.​​​​​